Bar Far è un’installazione e un bar funzionante, ideato da Clementine Keith-Roach e Christopher Page e presentato nel nuovo spazio di Villa Lontana a Trastevere. Rinnovata in collaborazione con Studio Strato, questa nuova sede amplia l’impegno costante di Villa Lontana nell’esplorare le intersezioni tra pratiche antiche e contemporanee.
Keith-Roach, scultrice di nuove rovine, e Page, pittore della luce, hanno animato l’architettura di questo interno appena ristrutturato, creando un’opera d’arte totale (*Gesamtkunstwerk*) dall’atmosfera allucinatoria, che richiama la Roma antica e barocca. Bar Far è al contempo un’opera d’arte e un bar che trae ispirazione dai locali frequentati dagli artisti in passato: il Cabaret Voltaire, il Colony Room e il Caffè Greco di Roma, luogo prediletto da Giorgio de Chirico. Spazi di questo tipo nascevano spesso in periodi di turbolenza politica, offrendo un rifugio per la sperimentazione e la conversazione.
Come i nostri sogni, Bar Far è una condensazione di strati paradossali. Echi di sfarzo romano antico e barocco si mescolano all’austerità architettonica contemporanea e a lampi di colore che sembrano provenire dal futuro. Il risultato è un ambiente che è al tempo stesso chiesa e tomba, profezia e rovina, paradiso e inferno. I bassorilievi in gesso di Keith-Roach conferiscono drammaticità all’edificio stesso: parti del corpo emergono dalle pareti e si fondono con materiali edili — mattoni, tubature, legno — sembrando non solo decorare, ma anche costruire Bar Far, come cariatidi strutturali. La pittura murale di Page trasforma l’ultima sala in un colonnato o chiostro illusorio; uno spazio che però non si affaccia su un paesaggio paradisiaco, bensì su un’infinità inquietante, capace di attrarci con un bagliore ambiguo e ultraterreno.
Con Bar Far, i confini tra le diverse forme d’arte si sfumano — la scultura si fonde con l’architettura mentre la pittura la fa svanire — e gli artifici del *trompe-l’œil* confondono la nostra percezione della natura dei materiali. Keith-Roach e Page, pur mantenendo pratiche distinte, collaborano da tempo e trovano il loro punto d’incontro nell’illusione. Entrambi ricorrono alla pittura *trompe-l’œil* perché vi scorgono qualità sovversive e, per certi versi, rivelatrici: attraverso gli effetti pittorici non veniamo solo ingannati, ma invitati a osservare più da vicino e a constatare il fallimento dell’illusione stessa. I bassorilievi di Keith-Roach sembrano estensioni in pietra dell’edificio, ma a un esame più attento si rivelano essere in gesso dipinto; allo stesso modo, il dipinto murale prospettico di Page offre un’illusione di profondità convincente da certe angolazioni, salvo poi deformarsi e distorcersi man mano che ci si sposta nella stanza.
Bar Far è l’ultima espressione della collaborazione in corso tra Keith-Roach e Page, una serie di opere d’arte e installazioni che sollevano interrogativi sulla distruzione di mondi passati e sulla possibilità che ne emergano di nuovi dalle rovine. Mentre gli ordini mondiali un tempo saldi si sgretolano sotto i nostri occhi, Bar Far offre uno spazio ludico in cui riflettere su tali questioni, un luogo dove conversare e bere tra paradossi e contraddizioni; uno spazio metafisico in cui, chissà, potremmo trovare risposte sul fondo di un bicchiere.
Questo spazio onirico sarà animato da un programma di performance dal vivo per tutta la durata della mostra, a partire dal 4 dicembre con gli interventi della poetessa Florence Uniacke, dell’artista e soprano Nyla van Ingen e del musicista Lukas De Clerck. Il lavoro di Uniacke esplora il rapporto tra testo, immagine e movimento e i loro interstizi ritmici e storici; la ricerca di van Ingen si concentra sugli incontri casuali e sulla creazione di esperienze sonore al di fuori delle strutture formali; De Clerck, infine, indaga l’archeologia musicale reinterpretando l’aulos, antico strumento greco a doppia ancia.
L’8 febbraio, lo spazio sarà animato dal poeta Jahan Khajavi e dal regista e artista Ben Russell. La poesia di Khajavi abita una dimensione in cui devozione e oscenità, lirismo e schiettezza corporea convivono senza gerarchie. La sua voce si muove tra frammenti di ritualità, desiderio e autobiografia, trattando il linguaggio come materia tattile: qualcosa da assaporare, ferire e adornare. Russell è un artista e regista la cui opera si colloca all’intersezione tra etnografia e psichedelia. Bar Far può essere immaginato come il set metafisico di un film ancora non scritto: attraverso la sintesi modulare e la manipolazione dal vivo, Russell tratterà l’installazione come una scenografia risonante, generando una colonna sonora dalle atmosfere allucinate.









